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STORIA DELLE LUMINARIE IN GENERALE

 L’arte più importante e soprattutto più particolare dell’effimero festivo Pugliese è, appunto, quella delle “Luminarie” che addobbano le piazze, i corsi e le strade dei paesi nei giorni di festa. Ma come nasce un addobbo? Si parte con l’abbozzare il disegno su un foglio di carta comune per poi subito dopo provare ad ingrandirlo. Spesso il pavimento o l’asfalto stradale sostituiscono il foglio in questa operazione. Infatti, come nel passato, questi artisti provano l’effetto del disegno iniziale appunto in spiazzi d’asfalto e, guardando dall’alto, riescono a vedere l’effetto prospettico, a modificare i difetti, così da rendere l’idea del bozzetto iniziale più perfetta. Per risparmiare tempo e denaro questi artisti, non realizzando modellini come gli scenografi, devono avere un grande senso della prospettiva ed una spiccata capacità di vedere il lavoro finito, con tutte le combinazioni che si possono eseguire, solo dal disegno. Durante queste numerose prove vengono utilizzati gessetti colorati che serviranno in seguito da guida a chi è addetto a disporre le lampadine multicolori per ottenere diversi effetti luminosi. Dal bozzetto finale si passa alla costruzione in scala con riproduzione in legno; solitamente si preferisce l’abete perché si presta a lavori di questo tipo date le sue caratteristiche di robustezza, di relativa leggerezza e di facilità di taglio ed intaglio, qualità indispensabile per poter realizzare un lavoro simile ad un enorme ricamo che deve comunque conservare una sua compattezza e solidità. C’è da precisare che l’intero disegno viene diviso in vari pezzi (elementi e telai) che si possono montare facilmente e che, tenendo conto delle dimensioni della piazza si possono togliere o aggiungere modificando il disegno con più combinazioni. L’abilità e soprattutto l’esperienza portano a essere perfettamente a conoscenza della larghezza e lunghezza delle varie piazze della provincia e a saper progettare mentalmente come verrà disposta l’intera galleria. Dopo aver costruito questi grandi telai di legno talmente ricchi di volute, ghirigori, cerchi, archetti, ringhiere, pendagli, pennacchi e roselline, si passa ad ulteriore prova mettendo insieme tutti gli elementi rappresentano il disegno iniziale sul pavimento per vedere l’effetto e se tutto è ben posizionato e proporzionato. Una terza fase di lavorazione è quella della pitturazione dei diversi telai con vernice di colore bianco, perché il bianco riflette la luce. Un decano di quest’arte ci ricorda i tempi in cui si era costretti ad illuminare utilizzando il carburo e l’acetilene: bastava un colpo di vento ed i bicchieri issati sull’apparato sgocciolavano sulla gente che passava imbrattandone i vestiti. Da allora sono trascorsi molti anni; i moderni sistemi elettrici, insieme a quelli di sicurezza, hanno conquistato oggi anche questo settore rimasto, nonostante tutto, autenticamente artigianale. È forse interessante ricordare che, anche se la tecnologia consente oggi un uso pressoché illimitato di combinazioni di colori, solitamente si preferisce sceglierne ed inserirne pochi, combinanti armoniosamente, così da dare all’addobbo luminario una perfetta eleganza, rafforzandone l’espressione e semplificandone la lettura. Le lampadine vengono colorate dagli artigiani stessi che le infilano dalla parte della ghiera su un telaio bucherellato coperto da faesite e, utilizzando un compressore, le spruzzano con vernice idonee; a questo punto le infornano in forni a legna che raggiungono la temperatura di 50-60 gradi facendole essiccare: con questa procedura le lampadine acquistano trasparenza e lucentezza emanando quindi una luce brillante. Successivamente queste lampadine, dette mignon e micromignon, il cui potenziale elettrico varia da 5 a 25 Volt, vengono inserite negli appositi portalampade già fissate su telai di legno e vengono poi disposte nel circuito elettrico mediante collegamenti “in serie” ed “in parallelo”: per ogni serie di lampadine grosse vengono usate 8 lampade da 15 Volt e 25 Watt, per ogni serie di quelle piccole vengono usate 14 lampadine da 15 e 5 Volt. Naturalmente oltre alla fantasia è necessaria una buona dose di pazienza e maestria perché il gioco delle lampadine multicolori va eseguito con precisione, perizia e tecnica non solo per ottenere l’effetto desiderato, ma anche per evitare fastidiosi inconvenienti con l’energia elettrica, come la rottura dei filamenti o dell’ampolla di vetro. Nasce così “ l’Arco Reale”, “ il Moulin Rouge”, il “Duomo di Milano”, “l’Arco Gotico”, “il Rosone”, “la Giarrettiera”, “la Conchiglia”, “il Pavone” e così via. C’è da sottolineare che tutte queste denominazioni sono inventate o coniate dagli stessi artigiani ed entrano a far parte del linguaggio comune. Si tratta di un campionario di proposte che, scelte singolarmente dal Comitato organizzatore, illuminerà l’ingresso alla festa o ai viali prospicienti la chiesa dove si custodisce la statua del Santo al quale, teoricamente, sono dedicati simili tributi. Come possiamo capire, gli artisti delle luminarie sono anzitutto disegnatori e falegnami, poi elettricisti. Fanno tutto loro: dall’inventare le forme a costruire i telai di legno, a piazzare le lampadine di diverse intensità e potenza, a montare e smontare una paratura, considerare quelle impiegate a realizzarla compiutamente, si perderebbe il conto. In media gli addetti lavorano circa 18-20 ore al giorno, spostandosi completamente da un paese all’altro. Ma dopo tutta questa dura fatica nel montare, ecco, le mille luci colorate si stagliano nelle chiare notti d’estate come gemme sapientemente incastonate che fanno ricordare un lavoro di oreficeria longobarda o bizantina tempestata di pietre preziose, in cui la struttura lignea scompare. È tutto colore e linea, dosati con maestria cromatica e con eleganza stilistica, in un’esplosione di luci. A questo punto ritengo opportuno descrivere l’arredo utilizzato e l’uso che di esso se ne fa. Dalle prime strutture, che restano tutt’ora come le “gallerie” e la “cassarmonica”, si sono venute a creare nuove strutture che hanno preso la denominazione di “spalliera”, “frontone”, “rosone” e altri pezzi che possono essere utilizzati per riempire spazi vuoti, come le “campane, le “stelle”, il “candelabro”. Tutti questi nuovi arredi, con il passare del tempo, si sono imposti come arredi fissi.